Piero Gobetti secondo Norberto Bobbio

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In occasione dell’88° anniversario della morte di Piero Gobetti (15 febbraio 1926), riportiamo un saggio di Norberto Bobbio dedicato alla figura e al pensiero del giovane pensatore e antifascista.

Il saggio è stato pubblicato come prefazione al volume di C. Pianciola, Piero Gobetti. Biografia per immagini, Gribaudo 2001.

Buona lettura!

N. Bobbio, Prefazione a  Piero Gobetti. Biografia per immagini

Se ci domandiamo le ragioni del sempre rinnovato interesse per Gobetti penso che si dovrebbe rispondere brevemente in questo modo: ci rendiamo sempre più conto che gli anni dal 1919 al 1925 sono stati decisivi per la storia del nostro paese, e sono stati decisivi perché in essi si è consumata ed esaurita la vecchia classe dirigente, in parte assimilata, in parte eliminata dal fascismo, mentre la giovane generazione antifascista proponeva nella lotta contro il regime, tutti i problemi di critica e di rinnovamento dello stato italiano, che sono ancora oggi i nostri problemi. Di quegli anni Gobetti è stato uno degli interpreti più chiaroveggenti, uno degli scrittori attraverso cui meglio si rivela la lotta tra il vecchio ed il nuovo, la fine di una classe dirigente, incapace di dominare gli eventi, e il sorgere di una nuova, che viene allora sconfitta, ma getta, durante la battaglia, semi così resistenti che il lungo inverno del regime non riuscirà a sopprimere, e germoglieranno nella guerra di liberazione e nella instaurazione di una vita democratica del nostro paese. L’identificazione dell’opera di Gobetti con la vita italiana di quegli anni è tanto più completa in quanto nessun altro contemporaneo ebbe ad iniziare ed a concludere il proprio ciclo di scrittore in quell’arco di tempo, tra il 1918 e il 1925: tutta la sua opera si iscrive in quell’orizzonte di uomini e di eventi, vi aderisce così perfettamente ed intimamente da poter essere considerata oggi come uno dei commentari più drammatici e illuminanti di quella storia.
Mentre alcuni uomini della vecchia generazione, che pur furono e sarebbero diventati antifascisti, continuavano a credere che il fascismo sarebbe stato una breve parentesi destinata a non lasciar tracia, Gobetti vide chiaramente sin dall’inizio che il fascismo era la manifestazione virulenta di vecchi malanni italiani, e si ricollegava ai recenti movimenti irrazionalistici in filosofia, decadentistici in letteratura, imperialnazionalistici in politica, che avevano caratterizzato il clima culturale italiano ed europeo) dei primi anni del secolo. Era giunto a questa chiarezza di idee attraverso un esame spregiudicato del Risorgimento, del periodo post-risorgimentale sino alla prima guerra mondiale e dell’età a lui contemporanea.
Di fronte al Risorgimento Gobetti assume l’atteggiamento critico della storiografia radicale. L’Italia non aveva mai avuto nel corso della sua storia una rivoluzione: il Risorgimento sarebbe potuto essere òa rivoluzione italiana, ma come rivoluzione, era fallito. Per essere una rivoluzione, avrebbe dovuto dar vita ad una classe dirigente completamente nuova o profondamente rinnovata. Ma ciò non accade. La borghesia compì l’unità italiana attraverso un compromesso politico duraturo con le vecchie classi aristocratiche: non seppe creare uno stato nuovo. E le plebi rimasero estranee al moto. Il Risorgimento fu più l’opera dell’abilitò di Cavour che dell’iniziativa popolare.
Anche durante il Risorgimento si era rivelata una tendenza costante della nostra storia: da un lato, la trasformazione di un moto rivoluzionario in eresia, cioè in moto di minoranze ribelli e destinate ad essere vinte, dall’altro il rovesciamento della riforma in controriforma, della rivoluzione in controrivoluzione, in una parola, la vittoria dell’”altra Italia”.
Fatta l’unità, l’altra Italia aveva tenuto ben saldo il potere nel periodo post-unitario, e la sua politica era stata caratterizzata da un cauto riformismo, più corruttore che risanatore, liberale a parole, paternalistico nei fatti, che era giunto sino a Giolitti: un riformismo o socialismo di stato che era proprio il contrario di una rivoluzione. Mentre la rivoluzione scatena forze assopite, il riformismo addormenta forze in risveglio.
La guerra, esasperando le passioni, aveva esasperato i contrasti. Tra la generazione dei coetanei di Gobetti e quella immediatamente precedente aveva aperto un solco incolmabile. Quando nella prefazione di La Rivoluzione liberale Gobetti scrive che la sua generazione sarebbe stata una generazione di storici pensava per contrasto alla generazione di “poligrafi”, “di romantici inespressi” che aveva caratterizzato la “Voce”, e voleva dire che alla sua generazione sarebbe stato spettato il compito di preparare con maggior serietà e distacco la politica di domani, sulla base di una riflessione più matura sul passato e di una comprensione senza pietose giustificazioni del presente.
Sulla situazione presente lo “storico”, ch’egli voleva essere, non poteva farsi alcuna illusione. La Rivoluzione liberale è una analisi amare della crisi in cui versano i partiti tradizionali in Italia: dai liberali storici, che non hanno adattato la vecchia dottrina ai tempi nuovi ed alle mutate condizioni della lotta di classe, ai popolari che non hanno mai avuto una dottrina originale; dai socialisti per la loro impotenza rivoluzionaria ai comunisti che oscillavano tra ideologia libertaria e pratica burocratica; dai nazionalisti per la loro vuotaggine e incoerenza dottrinale, ai repubblicani devoti ad un Mazzini ormai inattuale ed intraducibile in linguaggio moderno. Al di sopra delle formule e dei programmi dei partiti, ormai svuotati dal fascismo trionfante, egli ribadiva il proprio concetto della rivoluzione liberale.
Che cosa intendeva con questa espressione? Voleva dire che l’Italia avrebbe dovuto passare attraverso un rivolgimento innovatore per liberarsi definitivamente dalla impotenza dei partiti tradizionali che l’aveva condotta alla reazione fascista; ma, nello stesso tempo, questo rivolgimento doveva ispirarsi agli ideali perenni della dottrina liberale. Quando Gobetti parlava di liberalismo intendeva riferirsi non ad una determinata teoria dello Stato, a quella teoria dei limiti del potere statale che era stata elaborata dai costituzionalisti inglesi e francesi, ma ad una concezione globale della vita e della storia, a quella concezione secondo cui la storia è il teatro delle lotte tra gli uomini, e sono nell’antagonismo degli interessi, nell’antitesi delle forze politiche, nel dibattito delle idee, risiede la molla della civiltà e del progresso: in questo senso una rivoluzione non può non essere liberale, proprio perché è nella natura di ogni rivoluzione, a qualunque ideologia si ispiri, il fare scoppiare conflitti latenti, esasperare gli antagonismi, liberare forze nuove capaci di rinnovare la lotta politica. Per Gobetti anche la rivoluzione russa, come è noto, era una rivoluzione liberale in quanto liberatrice. Una rivoluzione non liberale non è una rivoluzione, ma reazione, controriforma, controrivoluzione.
Da questa concezione generale della storia Gobetti traeva il suo ideale morale che era, ancora una volta, un ideale di libertà. Il liberalismo era per lui, come per Croce, oltre che una concezione della storia, un ideale morale. Tra i due valori supremi cui tende la società politica ben ordinata, la libertà e l’uguaglianza, Gobetti dava la preferenza al primo: in ciò era schiettamente liberale nel senso classico (e vorrei dire perenne) del liberalismo. Criticando la dottrina mazziniana, e con questa ogni forma di democratismo astratto che pregia sopra ogni cosa l’eguaglianza, diceva che “il problema del movimenti operaio è il problema di libertà e non di eguaglianza sociale”.
Questa concezione generale della storia e questo ideale morale avrebbero dovuto prender forma concreta in istituzioni economiche e politiche ispirate ai principi della responsabilità individuale, della spinta dal basso, della spontaneità creatrice: in economia Gobetti non rinunciò mai agli insegnamenti del liberalismo, inteso come dottrina della libera iniziativa economica, che aveva appreso da suo maestro Einaudi; e in politica riteneva che la forma più alta di reggimento fosse l’autogoverno, di cui vedeva una manifestazione nuova per i tempi nuovi nei consigli di fabbrica.
Se poi volessimo dare un nome a questo afflato di liberalismo perenne che animò le sue opere e la sua vita militante, non potremmo trovare espressione più felice, forse, che le due parole “passione libertaria” che gli erano care a avevano adoperato per indicare il carattere di uno dei personaggi più vivi della sua galleria di antenati, Vittorio Alfieri.
Animato da questa “passione libertaria”, Gobetti impersonò in quegli anni lo spirito di resistenza al fascismo, e ne è diventato un simbolo. E poiché il liberalismo di cui si professava seguace, era, come si è detto, il riconoscimento del valore della libertà come lievito nella storia umana, il suo insegnamento non è destinato a tramontare.
L’esame di coscienza che Gobetti compì in quegli anni rivela la crisi di un’epoca. Da questo esame di coscienza egli traeva la speranza di una nuova età illuministica, fondata sulla vittoria della ragione contro l’istinto, della civiltà contro le barbarie, della serietà contro la retorica.
Che poi questa età della ragione sia venuta, non avremmo davvero il coraggio di affermare. Ma proprio per questo non possiamo dimenticare il messaggio gobettiano, dal quale abbiamo appreso quale sia il valore dell’eresia nella storia.

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