Luoghi e memoria. Pace e democrazia. Una mostra e un convegno dedicati a Norberto Bobbio

Proseguono le iniziative dedicate al filosofo torinese Norberto Bobbio, in occasione del decennale della sua scomparsa.

Un doppio appuntamento per la seconda settimana del mese di aprile:

  • Lunedì 7 aprile 2014, h. 17.00 – Sala incontri Ufficio Relazioni con il Pubblico (via Arsenale 14/g, Torino) – inaugurazione della mostra fotografica I luoghi e la memoria. Istantanee su Norberto Bobbio. Introducono: Pietro Polito (Direttore del Centro studi Piero Gobetti) e Alessia Orofino (CulturalWay). Intervengono i fotografi: Bruno Gallizzi, Candida Rolla, Dafne Cimino, Andrea Addario.
  • Giovedì 10 aprile, h. 15.00 – Palazzo Lascaris (via Alfieri 15, Torino) – Interrogando Bobbio a dieci anni dalla morte. Intervengono: Massimo L. Salvadori (Università di Torino) e Giuliano Pontara (Università di Stoccolma). Introduce Pietro Polito. Si prega di comunicare conferma di partecipazione: tel. 011 5757211 – 807; rel.esterne@cr.piemonte.it

 

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Norberto Bobbio, Razzismo, oggi

Testo della conferenza tenuto al Sernig di Torino nel dicembre 1992.

RAZZISMO, OGGI

Il razzismo è diventato uno dei grandi problemi dei nostri giorni, e sarà tale ancor più nei prossimi anni. Noi italiani siamo stati sempre un popolo di emigranti. Soltanto in questi anni stiamo diventando una terra di immigrazione. Destinata, non illudiamoci, a crescere. All’immigrazione dei paesi che chiamiamo convenzionalmente del Terzo Mondo, si sta aggiungendo quella dei paesi dell’Est europeo in seguito al crollo del comunismo. La gravità del problema odierno rispetto alle immigrazioni del secolo scorso sta nel fatto che allora il flusso immigratorio procedeva da paesi sovrappopolati, come era l’Italia, verso paesi popolati, come le Americhe, o quasi spopolati, come l’Australia. Ora avviene il contrario: il flusso immigratorio arriva ai paesi europei che sono tra i paesi più popolati del mondo.

Di fronte a un’immigrazione di massa i problemi che deve affrontare un paese come l’Italia sono ben diversi da quelli cui si trova di fronte, ad esempio, l’Australia.
Tra questi problemi c’è anche l’insorgere di fenomeni razzistici. La necessità del popolo ospitante di convivere improvvisamente e imprevedibilmente con individui di cui si conoscono poco i costumi, per nulla la lingua, coi quali si riesce a comunicare solo a gesti o con parole storpiate, genera inevitabilmente, sottolineo “inevitabilmente”, atteggiamenti di diffidenza che vanno dal dileggio verbale, al rifiuto di ogni forma di comunicazione o contatto, dalla segregazione all’aggressione.

Serpeggia ormai da tempo la domanda cui si cerca di dare risposte anche con sondaggi e inchieste: “Gli italiani sono razzisti?”. Cito almeno una ricerca che si è svolta a Torino, intitolata curiosamente Rumore, per far capire che l’atteggiamento razzistico è per ora soltanto un rumore di fondo, che non si è ancora trasformato in azioni concrete e solo raramente affiora alla superficie sino al punto da creare un turbamento sociale. Il contenuto del libro è dato dal sottotitolo Atteggiamenti verso gli immigrati stranieri. Comincia con un capitolo Pregiudizio etnico e varie forme in cui esso si esprime. Il pregiudizio viene distinto secondo che assuma un aspetto generale o particolare, e il particolare viene a sua volta distinto in socio-culturale, socio-economico, personale. Faccio qualche esempio per mostrare che non vi sono sorprese: il pregiudizio è monotono. Le frasi che ora sono rivolte agli extra-comunitari sono su per giù le stesse che alcuni decenni fa qui a Torino erano rivolte ai meridionali. Pregiudizio di carattere generale: ” …hanno più difetti che pregi e invadono il nostro territorio”. Pregiudizio di tipo socio-culturale: “Appaiono differenti nella mentalità, nel comportamento, nella vita sociale, nelle tradizioni”. Pregiudizio socio-economico: “Sono scansafatiche, vivono a nostre spese, minacciano i nostri interessi”. Pregiudizio di carattere personale: “Sono maleducati, disonesti, sporchi, portatori di malattie contagiose, violenti con le donne ecc.”

Il pregiudizio etnico è uno dei tanti pregiudizi che infestano la nostra mente ed è uno dei più pericolosi. Anche perché è difficile da estirpare. Sulla natura e le varie forme del pregiudizio una specie di compendio generale è il volume, che vedo meno citato di quello che dovrebbe essere, di Pierre-Andrè Taguieff, La force du préjugé, di più di 600 pagine, che, come si apprende dal sottotitolo, Essai sur le racisme et ses doubles, è dedicato prevalentemente al pregiudizio razziale . Il pregiudizio vi è definito come un “giudizio prematuro”, che induce a “credere di sapere senza sapere, di prevedere senza indizi sufficienti sicuri, a trarre conclusioni senza possedere le certezze necessarie, ma affermando e talora anche imponendole come certe”. Tempo fa, affrontando lo stesso tema, mi sono espresso in questo modo: “Noi di solito chiamiamo ‘pregiudizio’ una opinione o un insieme di opinioni, talora anche un’intera dottrina, che viene accolta acriticamente e passivamente dalla tradizione, dal costume oppure da un’autorità, i cui dettami accettiamo senza discuterli: acriticamente e passivamente in quanto li accettiamo senza verificarli, per inerzia o per rispetto o per timore. E li accettiamo con tanta forza che resiste a ogni confutazione razionale” . Il pregiudizio non solo provoca opinioni erronee, ma, a differenza di molte opinioni erronee, è più difficilmente vinci bile, perché 1’errore che esso provoca deriva da una credenza falsa e non da un ragionamento errato che si può dimostrare falso, né dall’assunzione di un dato di fatto falso, la cui falsità si può empiricamente provare.

Chi è senza pregiudizi scagli la prima pietra. Dobbiamo essere molto cauti nel combattere i pregiudizi altrui. Spesso combattiamo un pregiudizio con un altro pregiudizio. Vale a dire, un’opinione erronea falsamente creduta con un’altra opinione erronea emotivamente assunta, per esempio, che tutti gli uomini sono eguali (il che non è vero), o con pretese scientifiche, per esempio, che non vi sono gruppi diversi che si possono chiamare “razze”, senza per questo derivarne necessariamente atteggiamenti ostili. Concluderei dicendo che non esiste pregiudizio peggiore di quello di credere di non avere pregiudizi. Diceva Montesquieu: “Chiamo pregiudizio non già ciò che fa sì che si ignorino certe cose, ma soprattutto ciò che fa sì che ignoriamo noi stessi” . Non c’è nulla di più irritante che un antirazzismo pregiudiziale, che si rifiuta di tener conto delle reali ragioni del razzismo. Per parafrasare una frase diventata celebre, tristemente ma ingiustamente, di Sciascia, inviterei a diffidare dei professionisti dell’antirazzismo. A me preme, il razzismo, prima di condannarlo, il che è sin troppo facile, dal momento che è tanto malfamato che nessuno si dichiara pubblicamente razzista (ragion per cui non sono sempre molto attendibili i sondaggi di opinione). Occorre, invece, cercare di capirlo, perché, se per “razzismo” s’intende in una prima approssimazione un atteggiamento di diffidenza verso il diverso, specie poi per il diverso che interviene inopinatamente nella nostra vita, c’è un po’ di razzismo in ognuno di noi, e non c’è nulla di peggio del moralismo a buon mercato, perché in genere quando è a buon mercato è anche ipocrita. In secondo luogo, e soprattutto, solo cercando di comprenderne le ragioni possiamo tentare di correggerlo, e in estrema ipotesi, eliminarlo.

Il razzismo non piove dall’alto, non è un atteggiamento che si manifesti al di fuori di certe circostanze.
Non si è razzisti in generale, in astratto, nei riguardi di tutti i di versi. Rispetto a certi gruppi di diversi possiamo avere atteggiamenti di indifferenza e in certi casi anche di simpatia o ammirazione. La condizione preliminare per l’insorgere di un atteggiamento o di un comportamento razzista è il venire in contatto diretto con l’altro, o per meglio dire con gli altri. il razzismo è orientato non tanto verso la persona singola, per la quale puoi avere sentimenti di odio, di disprezzo, in generale di avversione, ma verso un gruppo, o per l’individuo singolo in quanto appartenente a un gruppo. La più autentica e persistente forma di razzismo che i popoli europei abbiano conosciuto è l’antisemitismo: gli ebrei formavano comunità che vivevano in mezzo a noi, facevano parte del nostro stesso mondo, nonostante la segregazione.
Non vi sono situazioni di razzismo nei confronti di popoli o gruppi etnici con cui non siamo in contatto diretto o che, pur essendo in mezzo a noi, non danno nell’occhio. Questo è il caso, ad esempio, dei cinesi che a Torino, come in altre grandi città italiane, se ne stanno appartati, svolgendo il loro lavoro che è quello in genere di ristoratore, e pertanto si vedono molto meno in giro, molto meno dei cosiddetti extracomunitari, che vivono esercitando un piccolo commercio sulle strade. Oltre al fatto materiale, già di per se stesso generatore di attriti, della convivenza coatta sullo stesso territorio, la presenza del diverso è portatrice di conflitti per il solo fatto che un estraneo entra nel nostro spazio principalmente per cercare di sopravvivere con espedienti leciti o illeciti, e così facendo minaccia i nostri interessi sul mercato del lavoro. Ciò è tanto vero che le varie forme di razzismo odioso non sorgono nei riguardi di un gruppo di turisti che viene a visitare la nostra città, oppure di persone che fanno un lavoro non in concorrenza col nostro (è il caso delle domestiche filippine, di cui in genere si tessono lodi), o di popoli lontani con cui non abbiamo alcun contatto. Non mi risulta che gli italiani siano razzisti nei riguardi degli esquimesi, ma se improvvisamente centinaia di esquimesi invadessero le nostre città in cerca di lavoro, fiorirebbero in breve tempo i soliti stereotipi: sono sporchi, puzzano, non hanno voglia di lavorare ecc. Il razzismo, si è detto, sorge come atteggiamento di diffidenza verso il diverso. Ma non tutti sono diversi allo stesso modo: c’è diverso e diverso.

Se la ragione materiale dell’insorgere e dello scatenarsi dell’atteggiamento razzistico è il contatto materiale, la convivenza non cercata, anzi coatta o la temuta concorrenza nel mercato del lavoro, la predisposizione mentale da cui nasce il razzismo è il cosiddetto etnocentrismo, che definisco dall’ammirevole libro di Tzvetan Todorov, Noi e gli altri, tradotto recentemente (1991) da Einaudi, come quell’atteggiamento di “noi” verso gli “altri” che consiste nell’elevare in modo indebito i valori caratteristici della società alla quale apparteniamo a valori universali, anche quando questi valori sono tratti da costumi locali, particolaristici, in base ai quali è scorretto, per non dire insensato e talora anche ridicolo, giudicare della nostra superiorità rispetto a chi appartiene ad un gruppo etnico dai costumi diversi, altrettanto particolaristici . Ogni popolo tende a considerare se stesso come civile e a respingere gli altri popoli come barbari. La contrapposizione tra noi, ci vili, e gli altri (i non europei in genere) barbari, attraversa tutta la storia dell’Occidente. Questo giudizio soffre peraltro di una circolare reciprocità: ogni popolo è barbaro all’altro. Gli italiani non sono da meno. Sarebbe strano che non lo fossero. Dalla contrapposizione tra i Greci che si ritenevano civili, perché liberi, e i Persiani considerati barbari, perché si sottomettevano senza ribellarsi ai loro despoti, è derivata la contrapposizione fra Occidente e Oriente, il cosiddetto eurocentrismo . La maggior parte dei filosofi europei del secolo scorso sono stati eurocentrici: sono stati eurocentrici tanto Hegel quanto Marx. Esiste anche un etnocentrismo mitigato, secondo cui, sebbene i nostri valori non pretendano di essere universali, e ne siamo coscienti, riteniamo peraltro di non aver alcuna ragione per abbandonarli. Nasce da questo etnocentrismo meno arrogante, il cosiddetto relativismo culturale. Non ci sono popoli superiori o popoli inferiori. Ognuno ha i suoi valori, e se li tenga. Un atteggiamento di questo genere non produce avversione, ma, se mai, separazione.

Fenomenologia e ideologie del razzismo

C’è diverso e diverso anche rispetto ai comportamenti che vengono di volta in volta assunti verso gli “altri”, verso coloro che consideriamo altri da noi, non eguali a noi, tanto da riservare loro un trattamento differenziato. Ma vi sono scale di trattamento, che dipendono sia da qualità soggettive, sia da situazioni oggettive. Al gradino più basso sta il semplice dileggio verbale (chiamare “terroni” i meridionali, “vu cumprà” i marocchini). Su un gradino più alto sta l’evitamento, il non voler avere a che fare con loro, il tener le distanze, senza peraltro giungere ad atti ostili, l’indifferenza, il mostrare un certo fastidio di fronte alla loro presenza, lo scostarsi quando si avvicinano, e così via. Più in su c’è la discriminazione dalla quale si può far incominciare propriamente il razzismo istituzionale, ove per discriminazione s’intenda il non riconoscere loro gli stessi diritti, e qui intendo prima di tutto i diritti personali, cioè quei diritti che appartengono a ogni uomo in quanto uomo, i diritti di libertà e di proprietà e via via i principali diritti sociali, a cominciare dall’ammissione a frequentare le scuole dell’ obbligo. Alla discriminazione si accompagna di solito la segregazione, che consiste nell’impedire il mescolamento dei diversi tra gli eguali, il loro collocamento in uno spazio separato, generalmente in zone degradate della città, la costrizione a vivere esclusivamente tra loro ostacolandone l’assimilazione: il diverso deve restare diverso. L’ultimo gradino è quello dell’aggressione, che comincia dall’essere sporadica e casuale contro i singoli individui, e arriva allo sterminio premeditato e di massa.
Dai primi gradi agli ultimi si giunge attraverso un vero e proprio salto qualitativo. Ma tra uni e gli altri subentra qualche cosa, che non è più soltanto il razzismo come atteggiamento spontaneo e irriflesso nei riguardi del diverso che viene a inserirsi non richiesto nella tua comunità e minaccia il tuo posto di lavoro o addirittura la tua identità. Subentra il razzismo come ideologia cioè come consapevole e argomentata dottrina, che pretende di essere fondata su dati di fatto e di essere scientificamente dimostrabile, e si può trasformare anche in una compiuta, se pure perversa, visione del mondo. La differenza tra il razzismo come reazione naturale all’invadenza ingombrante e minacciosa del diverso e il razzismo come ideologia è talmente grande che Todorov propone addirittura di chiamarli con due nomi diversi: racisme il primo, racialisme, il secondo. Purtroppo questa distinzione nel parlar comune di solito non si fa, donde derivano false risposte e non adeguati rimedi. Quando si pone la domanda se gli italiani siano razzisti, ci si riferisce al primo senso della parola. Se ci si domanda, invece, se c’è un razzismo nella tradizione del pensiero italiano, ci si riferisce soprattutto alla seconda. Altro è domandarsi quale sia il comportamento degli italiani nei riguardi degli stranieri in genere, degli immigrati in specie, altro è domandarsi se esistano nella storia del pensiero italiano dottrine razzistiche, come ce ne sono state in Francia e in Germania.

Perché si possa parlare di ideologia (o teoria) razzistica occorrono queste tre condizioni, che possiamo definire i postulati del razzismo come visione del mondo:
l. L’umanità è divisa in razze diverse, la cui diversità è data da elementi di carattere biologico e psicologico, nonché in ultima istanza anche culturali, questi ultimi derivanti peraltro dai primi. Che ci siano razze significa che vi sono gruppi umani i cui caratteri sono invariabili e si trasmettono ereditariamente. Sul fondamento scientifico di questa dottrina, la cui veridicità ha avuto in passato molti fautori, non è il caso di discutere, perché essa è soltanto uno dei postulati della ideologia razzistica, scientificamente infondato ma relativamente innocuo, giacché dal punto di vista dell’azione pratica ne deriva solo una politica di separazione e la condanna del meticciato.
2. Non solo ci sono razze diverse, ma ci sono razze superiori e inferiori. Con questa affermazione l’ideologia razzistica fa un passo avanti. Ma si trova di fronte alla difficoltà di fissare quali siano i criteri in base ai quali si possa stabilire con certezza che una razza è superiore all’altra. I criteri di volta in volta adottati possono essere estetici: “Noi siamo belli e loro brutti”; o intellettuali: “Noi siamo intelligenti e loro stupidi”; o morali: “Noi siamo buoni e loro sono malvagi”. Spesso nelle ideologie razzistiche c’è un miscuglio di tutti e tre i criteri. Anche questo secondo postulato non ha conseguenze di per se stesse negative. Si può infatti sostenere che, una volta accertato un rapporto tra superiore e inferiore, il primo ha il dovere, proprio in quanto superiore, di proteggere l’inferiore, di ammaestrarlo, di educarlo, di aiutarlo a giungere ai gradi più alti dei valori, di cui il superiore si ritiene portatore. Di questo tipo è il rapporto tra genitori e figli minorenni. Esiste nella storia delle istituzioni politiche una forma di governo detta paternalismo, secondo la quale si riconosce che il sovrano è superiore ai suoi sudditi, paragonati a figli minorenni, e proprio perché tale deve comportarsi verso di loro come un padre amorevole e benefico.
3. Non solo ci sono razze, non solo ci sono razze superiori e inferiori, ma le superiori, proprio perché superiori, hanno il diritto di dominare quelle inferiori, e di trame eventualmente tutti i possibili vantaggi. È che la giustificazione del colonialismo si è servita soprattutto del secondo principio: ancora non molti anni fa l’Unione Sovietica ha giustificato 1’aggressione all’Afganistan sostenendo che era suo dovere portare un aiuto fraterno al popolo vicino minacciato da potenti nemici. Tuttavia il razzismo non ha mai rinunciato all’uso anche del terzo. Non c’è bisogno di leggere il Mein Kampfdi Hitler, per trovare frasi in cui si afferma perentoriamente che le razze superiori debbono dominare quelle inferiori, perché già al tempo del colonialismo trionfante c’era chi diceva, come lo storico e filosofo Ernest Renan, che la conquista di un paese di razza inferiore da parte di una razza superiore non ha nulla di sconveniente . Ma solo con l’avvento al potere di Hitler, si è formato per la prima volta nella storia dell’Europa civile “uno stato razziale” : uno stato razziale nel più pieno senso della parola, perché la purezza della razza doveva essere perseguita non soltanto eliminando individui di altre razze, ma anche individui inferiori fisicamente o psichicamente della propria razza, come i malati terminali, i minorati psichici, i vecchi non più autosufficienti ecc.

La distinzione tra comportamento razzistico e ideologia del razzismo è da anni sempre presente, perché in Italia abbiamo a che fare soprattutto con il primo. Una vera e propria ideologia razzistica italiana non c’è: anche durante la campagna razziale antiebraica del fascismo scarsi e scarsamente sentiti sono stati i tentativi di acclimatare nel nostro paese ideologie razzistiche sorte altrove. In Italia esiste sinora quel “rumore” di cui ho parlato all’inizio. Se un problema relativo al razzismo in Italia esiste, esiste soprattutto nei riguardi del razzismo spontaneo.
In Italia non esistono neppure come già esistono in Francia (Le Pen) e in Germania (i Republikaner), partiti razzistici . È pur vero che non c’è bisogno di un partito razzista perché nasca il razzismo, ma è innegabile che la formazione di un simile partito lo rafforza. Vi sono però almeno due partiti i cui programmi contengono proposte razzistiche, come la Lega rispetto ai Meridionali, e il Movimento sociale rispetto agli immigrati del Terzo Mondo. La vigilanza è necessaria. Non c’è bisogno di un’ideologia razzista perché sorgano conflitti razziali. Il conflitto razziale è inevitabile dove vengono a contatto attraverso un’immigrazione di massa popolazioni diverse per costumi, lingua, tradizioni, religione. Basta per accendere il conflitto il pregiudizio, che, come si è detto, alligna in ogni uomo, anche se non basta combattere il pregiudizio per risolvere i conflitti etnici, che scoppiano ormai un po’ dappertutto nei paesi ad alta immigrazione e non risparmieranno il nostro paese.

Per un’ educazione universalistica

Per controllare, se non per evitare del tutto, l’insorgere di conflitti etnici occorre una politica del l’immigrazione, sulla quale non ritengo di dovermi soffermare, perché esula dal tema che mi ero proposto e anche, lo riconosco, dalla mia specifica competenza. Mi limito a dire che le politiche dell’immigrazione si collocano fra due estremi: l’estremo dell’assimilazione, che conduce alla progressiva omologazione degli immigrati agli abitanti storici del paese ove sono accolti, attraverso il graduale riconoscimento dei cosiddetti diritti di cittadinanza, tra cui il principale è il diritto politico, da distinguere a ogni modo dai diritti personali, che in ogni stato di diritto dovrebbero essere riconosciuti a tutti, e l’altro estremo del rispetto delle differenze che conduce, al contrario, a consentire all’immigrato nella forma più ampia possibile la conservazione di ciò che lo fa diverso, la propria lingua, i propri riti, i propri costumi (si ricordi il dibattito scoppiato in Francia sull’uso del chador in scuola di parte delle ragazze musulmane). Fra i due estremi vi possono essere soluzioni di compromesso, che dipendono da molteplici fattori che variano da paese a paese. La scelta fra le due soluzioni estreme dipende anche dalla maggior o minor forza dei pregiudizi reciproci dei due soggetti del conflitto.

Contro il pregiudizio razziale non c’è altra via per combatterlo che un’educazione orientata verso valori universali . Molte sono le forme di universalismo dei valori, per cui nonostante le differenze di razza, di tradizioni e di generazioni (la differenza generazionale si somma a tutte le altre e non è affatto trascurabile), vi è una comune umanità che travalica tutte le differenze di tempo e di luogo: cominciando dal cristianesimo, passando attraverso la dottrina del diritto naturale, per arrivare alla morale kantiana che è nella sua massima fondamentale, “Rispetta l’uomo come persona”, un cristianesimo razionalizzato. Non escluderei da queste morali universalistiche l’etica dei “sentimenti morali” degli empiristi inglesi. Concezioni etiche universalistiche sono quelle che guardano come a meta ultima della storia, se pure ideale, alla formazione della “civitas maxima”, alla città di tutti, e tendono a fare di ogni uomo un cittadino del mondo, al di sopra di tutte le patrie. È l’ideale che ha ispirato la fondazione delle Nazioni Unite dopo il massacro della seconda guerra mondiale. Una delle più alte espressioni di questo universalismo è stata la Dichiarazione universale dei diritti dell’ uomo, attraverso la quale ogni individuo diventa potenzialmente soggetto di diritto internazionale.

Educazione universalistica e democrazia, del resto, procedono di pari passo, mentre democrazia e razzismo sono incompatibili, almeno per due ragioni: la democrazia, a differenza dei governi autocratici, si ispira a principi universali, come la libertà, la giustizia, il rispetto dell’ altro, la tolleranza, la non-violenza. Il razzismo è antiliberale, antiegualitario, intollerante e, nei casi estremi, violento e criminale (Auschwitz insegni). In secondo luogo, la democrazia è inclusiva, in quanto tende a far entrare nella propria area gli “altri” che stanno fuori per allargare anche a loro i propri benefici, dei quali il primo è il rispetto di tutte le fedi. Il processo di democratizzazione, dal secolo scorso a oggi, è stato un processo graduale d’inclusione di individui che prima erano esclusi. Che poi non si possa includere tutti, così come non si può tollerare tutto e tutti, è un problema pratico che deve trovare soluzioni adatte alle diverse circostanze. Ma una democrazia non può essere “esclusiva”, senza rinunciare alla propria essenza di “società aperta”.

Per convincersi della sostanziale unità del genere umano non c’è bisogno di escogitare argomenti filosofici. Basta guardare il volto di un bambino in ogni parte del mondo. Quando vedi un bambino, che è un essere più vicino alla natura, non ancora modellato e corrotto dai costumi del popolo in cui è destinato a vivere, non scorgi alcuna differenza, se non nei tratti somatici, fra un piccolo cinese o africano o indio e un piccolo italiano.
Quando vedi una madre somala che piange sul suo figlio morto o ridotto a uno scheletro, ti par proprio di vedere una madre diversa dalle altre? Non assomigli a quel pianto al pianto di tutte le madri del mondo? Non c’è miglior prova di questa sostanziale e originaria eguaglianza che il fenomeno sempre più esteso delle adozioni di bambini che appartengono a società completamente diverse dalla nostra, e con le quali, da adulto a adulto, in determinate condizioni potrebbero nascere atteggiamenti di avversione razziale.
Ma l’educazione universalistica non basta se non si trasforma in azione corrispondente. Non basta l’educazione, ma non bastano neppure le istituzioni politiche. Diventa sempre più necessaria l’azione dal basso. A questo punto si apre il tema attualissimo del volontariato, sul quale si comincia a riflettere dopo la crisi, anzi la degenerazione, dello stato sociale. Le istituzioni non sono state sinora all’altezza della situazione. Alla insufficienza dello stato non c’è altro rimedio che il sorgere di iniziative nella società civile. Assistiamo quasi a un vero e proprio ricorso storico: lo stato sociale è sorto per rendere inutili le opere di carità. Ma oggi che lo stato sociale si è rivelato impari al compito, le opere di carità rivelano la loro mai spenta vitalità.
Volontariato e istituzioni dovrebbero ad ogni modo procedere di pari passo, perché sono entrambi necessari e si integrano a vicenda. Ciascuno nel proprio ambito. Il volontariato nelle opere di soccorso rivolte ai singoli individui. Le istituzioni nell’elaborare una politica dell’immigrazione che eviti o almeno renda meno aspro il conflitto etnico.