Luoghi e memoria. Pace e democrazia. Una mostra e un convegno dedicati a Norberto Bobbio

Proseguono le iniziative dedicate al filosofo torinese Norberto Bobbio, in occasione del decennale della sua scomparsa.

Un doppio appuntamento per la seconda settimana del mese di aprile:

  • Lunedì 7 aprile 2014, h. 17.00 – Sala incontri Ufficio Relazioni con il Pubblico (via Arsenale 14/g, Torino) – inaugurazione della mostra fotografica I luoghi e la memoria. Istantanee su Norberto Bobbio. Introducono: Pietro Polito (Direttore del Centro studi Piero Gobetti) e Alessia Orofino (CulturalWay). Intervengono i fotografi: Bruno Gallizzi, Candida Rolla, Dafne Cimino, Andrea Addario.
  • Giovedì 10 aprile, h. 15.00 – Palazzo Lascaris (via Alfieri 15, Torino) – Interrogando Bobbio a dieci anni dalla morte. Intervengono: Massimo L. Salvadori (Università di Torino) e Giuliano Pontara (Università di Stoccolma). Introduce Pietro Polito. Si prega di comunicare conferma di partecipazione: tel. 011 5757211 – 807; rel.esterne@cr.piemonte.it

 

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Norberto Bobbio, Razzismo, oggi

Testo della conferenza tenuto al Sernig di Torino nel dicembre 1992.

RAZZISMO, OGGI

Il razzismo è diventato uno dei grandi problemi dei nostri giorni, e sarà tale ancor più nei prossimi anni. Noi italiani siamo stati sempre un popolo di emigranti. Soltanto in questi anni stiamo diventando una terra di immigrazione. Destinata, non illudiamoci, a crescere. All’immigrazione dei paesi che chiamiamo convenzionalmente del Terzo Mondo, si sta aggiungendo quella dei paesi dell’Est europeo in seguito al crollo del comunismo. La gravità del problema odierno rispetto alle immigrazioni del secolo scorso sta nel fatto che allora il flusso immigratorio procedeva da paesi sovrappopolati, come era l’Italia, verso paesi popolati, come le Americhe, o quasi spopolati, come l’Australia. Ora avviene il contrario: il flusso immigratorio arriva ai paesi europei che sono tra i paesi più popolati del mondo.

Di fronte a un’immigrazione di massa i problemi che deve affrontare un paese come l’Italia sono ben diversi da quelli cui si trova di fronte, ad esempio, l’Australia.
Tra questi problemi c’è anche l’insorgere di fenomeni razzistici. La necessità del popolo ospitante di convivere improvvisamente e imprevedibilmente con individui di cui si conoscono poco i costumi, per nulla la lingua, coi quali si riesce a comunicare solo a gesti o con parole storpiate, genera inevitabilmente, sottolineo “inevitabilmente”, atteggiamenti di diffidenza che vanno dal dileggio verbale, al rifiuto di ogni forma di comunicazione o contatto, dalla segregazione all’aggressione.

Serpeggia ormai da tempo la domanda cui si cerca di dare risposte anche con sondaggi e inchieste: “Gli italiani sono razzisti?”. Cito almeno una ricerca che si è svolta a Torino, intitolata curiosamente Rumore, per far capire che l’atteggiamento razzistico è per ora soltanto un rumore di fondo, che non si è ancora trasformato in azioni concrete e solo raramente affiora alla superficie sino al punto da creare un turbamento sociale. Il contenuto del libro è dato dal sottotitolo Atteggiamenti verso gli immigrati stranieri. Comincia con un capitolo Pregiudizio etnico e varie forme in cui esso si esprime. Il pregiudizio viene distinto secondo che assuma un aspetto generale o particolare, e il particolare viene a sua volta distinto in socio-culturale, socio-economico, personale. Faccio qualche esempio per mostrare che non vi sono sorprese: il pregiudizio è monotono. Le frasi che ora sono rivolte agli extra-comunitari sono su per giù le stesse che alcuni decenni fa qui a Torino erano rivolte ai meridionali. Pregiudizio di carattere generale: ” …hanno più difetti che pregi e invadono il nostro territorio”. Pregiudizio di tipo socio-culturale: “Appaiono differenti nella mentalità, nel comportamento, nella vita sociale, nelle tradizioni”. Pregiudizio socio-economico: “Sono scansafatiche, vivono a nostre spese, minacciano i nostri interessi”. Pregiudizio di carattere personale: “Sono maleducati, disonesti, sporchi, portatori di malattie contagiose, violenti con le donne ecc.”

Il pregiudizio etnico è uno dei tanti pregiudizi che infestano la nostra mente ed è uno dei più pericolosi. Anche perché è difficile da estirpare. Sulla natura e le varie forme del pregiudizio una specie di compendio generale è il volume, che vedo meno citato di quello che dovrebbe essere, di Pierre-Andrè Taguieff, La force du préjugé, di più di 600 pagine, che, come si apprende dal sottotitolo, Essai sur le racisme et ses doubles, è dedicato prevalentemente al pregiudizio razziale . Il pregiudizio vi è definito come un “giudizio prematuro”, che induce a “credere di sapere senza sapere, di prevedere senza indizi sufficienti sicuri, a trarre conclusioni senza possedere le certezze necessarie, ma affermando e talora anche imponendole come certe”. Tempo fa, affrontando lo stesso tema, mi sono espresso in questo modo: “Noi di solito chiamiamo ‘pregiudizio’ una opinione o un insieme di opinioni, talora anche un’intera dottrina, che viene accolta acriticamente e passivamente dalla tradizione, dal costume oppure da un’autorità, i cui dettami accettiamo senza discuterli: acriticamente e passivamente in quanto li accettiamo senza verificarli, per inerzia o per rispetto o per timore. E li accettiamo con tanta forza che resiste a ogni confutazione razionale” . Il pregiudizio non solo provoca opinioni erronee, ma, a differenza di molte opinioni erronee, è più difficilmente vinci bile, perché 1’errore che esso provoca deriva da una credenza falsa e non da un ragionamento errato che si può dimostrare falso, né dall’assunzione di un dato di fatto falso, la cui falsità si può empiricamente provare.

Chi è senza pregiudizi scagli la prima pietra. Dobbiamo essere molto cauti nel combattere i pregiudizi altrui. Spesso combattiamo un pregiudizio con un altro pregiudizio. Vale a dire, un’opinione erronea falsamente creduta con un’altra opinione erronea emotivamente assunta, per esempio, che tutti gli uomini sono eguali (il che non è vero), o con pretese scientifiche, per esempio, che non vi sono gruppi diversi che si possono chiamare “razze”, senza per questo derivarne necessariamente atteggiamenti ostili. Concluderei dicendo che non esiste pregiudizio peggiore di quello di credere di non avere pregiudizi. Diceva Montesquieu: “Chiamo pregiudizio non già ciò che fa sì che si ignorino certe cose, ma soprattutto ciò che fa sì che ignoriamo noi stessi” . Non c’è nulla di più irritante che un antirazzismo pregiudiziale, che si rifiuta di tener conto delle reali ragioni del razzismo. Per parafrasare una frase diventata celebre, tristemente ma ingiustamente, di Sciascia, inviterei a diffidare dei professionisti dell’antirazzismo. A me preme, il razzismo, prima di condannarlo, il che è sin troppo facile, dal momento che è tanto malfamato che nessuno si dichiara pubblicamente razzista (ragion per cui non sono sempre molto attendibili i sondaggi di opinione). Occorre, invece, cercare di capirlo, perché, se per “razzismo” s’intende in una prima approssimazione un atteggiamento di diffidenza verso il diverso, specie poi per il diverso che interviene inopinatamente nella nostra vita, c’è un po’ di razzismo in ognuno di noi, e non c’è nulla di peggio del moralismo a buon mercato, perché in genere quando è a buon mercato è anche ipocrita. In secondo luogo, e soprattutto, solo cercando di comprenderne le ragioni possiamo tentare di correggerlo, e in estrema ipotesi, eliminarlo.

Il razzismo non piove dall’alto, non è un atteggiamento che si manifesti al di fuori di certe circostanze.
Non si è razzisti in generale, in astratto, nei riguardi di tutti i di versi. Rispetto a certi gruppi di diversi possiamo avere atteggiamenti di indifferenza e in certi casi anche di simpatia o ammirazione. La condizione preliminare per l’insorgere di un atteggiamento o di un comportamento razzista è il venire in contatto diretto con l’altro, o per meglio dire con gli altri. il razzismo è orientato non tanto verso la persona singola, per la quale puoi avere sentimenti di odio, di disprezzo, in generale di avversione, ma verso un gruppo, o per l’individuo singolo in quanto appartenente a un gruppo. La più autentica e persistente forma di razzismo che i popoli europei abbiano conosciuto è l’antisemitismo: gli ebrei formavano comunità che vivevano in mezzo a noi, facevano parte del nostro stesso mondo, nonostante la segregazione.
Non vi sono situazioni di razzismo nei confronti di popoli o gruppi etnici con cui non siamo in contatto diretto o che, pur essendo in mezzo a noi, non danno nell’occhio. Questo è il caso, ad esempio, dei cinesi che a Torino, come in altre grandi città italiane, se ne stanno appartati, svolgendo il loro lavoro che è quello in genere di ristoratore, e pertanto si vedono molto meno in giro, molto meno dei cosiddetti extracomunitari, che vivono esercitando un piccolo commercio sulle strade. Oltre al fatto materiale, già di per se stesso generatore di attriti, della convivenza coatta sullo stesso territorio, la presenza del diverso è portatrice di conflitti per il solo fatto che un estraneo entra nel nostro spazio principalmente per cercare di sopravvivere con espedienti leciti o illeciti, e così facendo minaccia i nostri interessi sul mercato del lavoro. Ciò è tanto vero che le varie forme di razzismo odioso non sorgono nei riguardi di un gruppo di turisti che viene a visitare la nostra città, oppure di persone che fanno un lavoro non in concorrenza col nostro (è il caso delle domestiche filippine, di cui in genere si tessono lodi), o di popoli lontani con cui non abbiamo alcun contatto. Non mi risulta che gli italiani siano razzisti nei riguardi degli esquimesi, ma se improvvisamente centinaia di esquimesi invadessero le nostre città in cerca di lavoro, fiorirebbero in breve tempo i soliti stereotipi: sono sporchi, puzzano, non hanno voglia di lavorare ecc. Il razzismo, si è detto, sorge come atteggiamento di diffidenza verso il diverso. Ma non tutti sono diversi allo stesso modo: c’è diverso e diverso.

Se la ragione materiale dell’insorgere e dello scatenarsi dell’atteggiamento razzistico è il contatto materiale, la convivenza non cercata, anzi coatta o la temuta concorrenza nel mercato del lavoro, la predisposizione mentale da cui nasce il razzismo è il cosiddetto etnocentrismo, che definisco dall’ammirevole libro di Tzvetan Todorov, Noi e gli altri, tradotto recentemente (1991) da Einaudi, come quell’atteggiamento di “noi” verso gli “altri” che consiste nell’elevare in modo indebito i valori caratteristici della società alla quale apparteniamo a valori universali, anche quando questi valori sono tratti da costumi locali, particolaristici, in base ai quali è scorretto, per non dire insensato e talora anche ridicolo, giudicare della nostra superiorità rispetto a chi appartiene ad un gruppo etnico dai costumi diversi, altrettanto particolaristici . Ogni popolo tende a considerare se stesso come civile e a respingere gli altri popoli come barbari. La contrapposizione tra noi, ci vili, e gli altri (i non europei in genere) barbari, attraversa tutta la storia dell’Occidente. Questo giudizio soffre peraltro di una circolare reciprocità: ogni popolo è barbaro all’altro. Gli italiani non sono da meno. Sarebbe strano che non lo fossero. Dalla contrapposizione tra i Greci che si ritenevano civili, perché liberi, e i Persiani considerati barbari, perché si sottomettevano senza ribellarsi ai loro despoti, è derivata la contrapposizione fra Occidente e Oriente, il cosiddetto eurocentrismo . La maggior parte dei filosofi europei del secolo scorso sono stati eurocentrici: sono stati eurocentrici tanto Hegel quanto Marx. Esiste anche un etnocentrismo mitigato, secondo cui, sebbene i nostri valori non pretendano di essere universali, e ne siamo coscienti, riteniamo peraltro di non aver alcuna ragione per abbandonarli. Nasce da questo etnocentrismo meno arrogante, il cosiddetto relativismo culturale. Non ci sono popoli superiori o popoli inferiori. Ognuno ha i suoi valori, e se li tenga. Un atteggiamento di questo genere non produce avversione, ma, se mai, separazione.

Fenomenologia e ideologie del razzismo

C’è diverso e diverso anche rispetto ai comportamenti che vengono di volta in volta assunti verso gli “altri”, verso coloro che consideriamo altri da noi, non eguali a noi, tanto da riservare loro un trattamento differenziato. Ma vi sono scale di trattamento, che dipendono sia da qualità soggettive, sia da situazioni oggettive. Al gradino più basso sta il semplice dileggio verbale (chiamare “terroni” i meridionali, “vu cumprà” i marocchini). Su un gradino più alto sta l’evitamento, il non voler avere a che fare con loro, il tener le distanze, senza peraltro giungere ad atti ostili, l’indifferenza, il mostrare un certo fastidio di fronte alla loro presenza, lo scostarsi quando si avvicinano, e così via. Più in su c’è la discriminazione dalla quale si può far incominciare propriamente il razzismo istituzionale, ove per discriminazione s’intenda il non riconoscere loro gli stessi diritti, e qui intendo prima di tutto i diritti personali, cioè quei diritti che appartengono a ogni uomo in quanto uomo, i diritti di libertà e di proprietà e via via i principali diritti sociali, a cominciare dall’ammissione a frequentare le scuole dell’ obbligo. Alla discriminazione si accompagna di solito la segregazione, che consiste nell’impedire il mescolamento dei diversi tra gli eguali, il loro collocamento in uno spazio separato, generalmente in zone degradate della città, la costrizione a vivere esclusivamente tra loro ostacolandone l’assimilazione: il diverso deve restare diverso. L’ultimo gradino è quello dell’aggressione, che comincia dall’essere sporadica e casuale contro i singoli individui, e arriva allo sterminio premeditato e di massa.
Dai primi gradi agli ultimi si giunge attraverso un vero e proprio salto qualitativo. Ma tra uni e gli altri subentra qualche cosa, che non è più soltanto il razzismo come atteggiamento spontaneo e irriflesso nei riguardi del diverso che viene a inserirsi non richiesto nella tua comunità e minaccia il tuo posto di lavoro o addirittura la tua identità. Subentra il razzismo come ideologia cioè come consapevole e argomentata dottrina, che pretende di essere fondata su dati di fatto e di essere scientificamente dimostrabile, e si può trasformare anche in una compiuta, se pure perversa, visione del mondo. La differenza tra il razzismo come reazione naturale all’invadenza ingombrante e minacciosa del diverso e il razzismo come ideologia è talmente grande che Todorov propone addirittura di chiamarli con due nomi diversi: racisme il primo, racialisme, il secondo. Purtroppo questa distinzione nel parlar comune di solito non si fa, donde derivano false risposte e non adeguati rimedi. Quando si pone la domanda se gli italiani siano razzisti, ci si riferisce al primo senso della parola. Se ci si domanda, invece, se c’è un razzismo nella tradizione del pensiero italiano, ci si riferisce soprattutto alla seconda. Altro è domandarsi quale sia il comportamento degli italiani nei riguardi degli stranieri in genere, degli immigrati in specie, altro è domandarsi se esistano nella storia del pensiero italiano dottrine razzistiche, come ce ne sono state in Francia e in Germania.

Perché si possa parlare di ideologia (o teoria) razzistica occorrono queste tre condizioni, che possiamo definire i postulati del razzismo come visione del mondo:
l. L’umanità è divisa in razze diverse, la cui diversità è data da elementi di carattere biologico e psicologico, nonché in ultima istanza anche culturali, questi ultimi derivanti peraltro dai primi. Che ci siano razze significa che vi sono gruppi umani i cui caratteri sono invariabili e si trasmettono ereditariamente. Sul fondamento scientifico di questa dottrina, la cui veridicità ha avuto in passato molti fautori, non è il caso di discutere, perché essa è soltanto uno dei postulati della ideologia razzistica, scientificamente infondato ma relativamente innocuo, giacché dal punto di vista dell’azione pratica ne deriva solo una politica di separazione e la condanna del meticciato.
2. Non solo ci sono razze diverse, ma ci sono razze superiori e inferiori. Con questa affermazione l’ideologia razzistica fa un passo avanti. Ma si trova di fronte alla difficoltà di fissare quali siano i criteri in base ai quali si possa stabilire con certezza che una razza è superiore all’altra. I criteri di volta in volta adottati possono essere estetici: “Noi siamo belli e loro brutti”; o intellettuali: “Noi siamo intelligenti e loro stupidi”; o morali: “Noi siamo buoni e loro sono malvagi”. Spesso nelle ideologie razzistiche c’è un miscuglio di tutti e tre i criteri. Anche questo secondo postulato non ha conseguenze di per se stesse negative. Si può infatti sostenere che, una volta accertato un rapporto tra superiore e inferiore, il primo ha il dovere, proprio in quanto superiore, di proteggere l’inferiore, di ammaestrarlo, di educarlo, di aiutarlo a giungere ai gradi più alti dei valori, di cui il superiore si ritiene portatore. Di questo tipo è il rapporto tra genitori e figli minorenni. Esiste nella storia delle istituzioni politiche una forma di governo detta paternalismo, secondo la quale si riconosce che il sovrano è superiore ai suoi sudditi, paragonati a figli minorenni, e proprio perché tale deve comportarsi verso di loro come un padre amorevole e benefico.
3. Non solo ci sono razze, non solo ci sono razze superiori e inferiori, ma le superiori, proprio perché superiori, hanno il diritto di dominare quelle inferiori, e di trame eventualmente tutti i possibili vantaggi. È che la giustificazione del colonialismo si è servita soprattutto del secondo principio: ancora non molti anni fa l’Unione Sovietica ha giustificato 1’aggressione all’Afganistan sostenendo che era suo dovere portare un aiuto fraterno al popolo vicino minacciato da potenti nemici. Tuttavia il razzismo non ha mai rinunciato all’uso anche del terzo. Non c’è bisogno di leggere il Mein Kampfdi Hitler, per trovare frasi in cui si afferma perentoriamente che le razze superiori debbono dominare quelle inferiori, perché già al tempo del colonialismo trionfante c’era chi diceva, come lo storico e filosofo Ernest Renan, che la conquista di un paese di razza inferiore da parte di una razza superiore non ha nulla di sconveniente . Ma solo con l’avvento al potere di Hitler, si è formato per la prima volta nella storia dell’Europa civile “uno stato razziale” : uno stato razziale nel più pieno senso della parola, perché la purezza della razza doveva essere perseguita non soltanto eliminando individui di altre razze, ma anche individui inferiori fisicamente o psichicamente della propria razza, come i malati terminali, i minorati psichici, i vecchi non più autosufficienti ecc.

La distinzione tra comportamento razzistico e ideologia del razzismo è da anni sempre presente, perché in Italia abbiamo a che fare soprattutto con il primo. Una vera e propria ideologia razzistica italiana non c’è: anche durante la campagna razziale antiebraica del fascismo scarsi e scarsamente sentiti sono stati i tentativi di acclimatare nel nostro paese ideologie razzistiche sorte altrove. In Italia esiste sinora quel “rumore” di cui ho parlato all’inizio. Se un problema relativo al razzismo in Italia esiste, esiste soprattutto nei riguardi del razzismo spontaneo.
In Italia non esistono neppure come già esistono in Francia (Le Pen) e in Germania (i Republikaner), partiti razzistici . È pur vero che non c’è bisogno di un partito razzista perché nasca il razzismo, ma è innegabile che la formazione di un simile partito lo rafforza. Vi sono però almeno due partiti i cui programmi contengono proposte razzistiche, come la Lega rispetto ai Meridionali, e il Movimento sociale rispetto agli immigrati del Terzo Mondo. La vigilanza è necessaria. Non c’è bisogno di un’ideologia razzista perché sorgano conflitti razziali. Il conflitto razziale è inevitabile dove vengono a contatto attraverso un’immigrazione di massa popolazioni diverse per costumi, lingua, tradizioni, religione. Basta per accendere il conflitto il pregiudizio, che, come si è detto, alligna in ogni uomo, anche se non basta combattere il pregiudizio per risolvere i conflitti etnici, che scoppiano ormai un po’ dappertutto nei paesi ad alta immigrazione e non risparmieranno il nostro paese.

Per un’ educazione universalistica

Per controllare, se non per evitare del tutto, l’insorgere di conflitti etnici occorre una politica del l’immigrazione, sulla quale non ritengo di dovermi soffermare, perché esula dal tema che mi ero proposto e anche, lo riconosco, dalla mia specifica competenza. Mi limito a dire che le politiche dell’immigrazione si collocano fra due estremi: l’estremo dell’assimilazione, che conduce alla progressiva omologazione degli immigrati agli abitanti storici del paese ove sono accolti, attraverso il graduale riconoscimento dei cosiddetti diritti di cittadinanza, tra cui il principale è il diritto politico, da distinguere a ogni modo dai diritti personali, che in ogni stato di diritto dovrebbero essere riconosciuti a tutti, e l’altro estremo del rispetto delle differenze che conduce, al contrario, a consentire all’immigrato nella forma più ampia possibile la conservazione di ciò che lo fa diverso, la propria lingua, i propri riti, i propri costumi (si ricordi il dibattito scoppiato in Francia sull’uso del chador in scuola di parte delle ragazze musulmane). Fra i due estremi vi possono essere soluzioni di compromesso, che dipendono da molteplici fattori che variano da paese a paese. La scelta fra le due soluzioni estreme dipende anche dalla maggior o minor forza dei pregiudizi reciproci dei due soggetti del conflitto.

Contro il pregiudizio razziale non c’è altra via per combatterlo che un’educazione orientata verso valori universali . Molte sono le forme di universalismo dei valori, per cui nonostante le differenze di razza, di tradizioni e di generazioni (la differenza generazionale si somma a tutte le altre e non è affatto trascurabile), vi è una comune umanità che travalica tutte le differenze di tempo e di luogo: cominciando dal cristianesimo, passando attraverso la dottrina del diritto naturale, per arrivare alla morale kantiana che è nella sua massima fondamentale, “Rispetta l’uomo come persona”, un cristianesimo razionalizzato. Non escluderei da queste morali universalistiche l’etica dei “sentimenti morali” degli empiristi inglesi. Concezioni etiche universalistiche sono quelle che guardano come a meta ultima della storia, se pure ideale, alla formazione della “civitas maxima”, alla città di tutti, e tendono a fare di ogni uomo un cittadino del mondo, al di sopra di tutte le patrie. È l’ideale che ha ispirato la fondazione delle Nazioni Unite dopo il massacro della seconda guerra mondiale. Una delle più alte espressioni di questo universalismo è stata la Dichiarazione universale dei diritti dell’ uomo, attraverso la quale ogni individuo diventa potenzialmente soggetto di diritto internazionale.

Educazione universalistica e democrazia, del resto, procedono di pari passo, mentre democrazia e razzismo sono incompatibili, almeno per due ragioni: la democrazia, a differenza dei governi autocratici, si ispira a principi universali, come la libertà, la giustizia, il rispetto dell’ altro, la tolleranza, la non-violenza. Il razzismo è antiliberale, antiegualitario, intollerante e, nei casi estremi, violento e criminale (Auschwitz insegni). In secondo luogo, la democrazia è inclusiva, in quanto tende a far entrare nella propria area gli “altri” che stanno fuori per allargare anche a loro i propri benefici, dei quali il primo è il rispetto di tutte le fedi. Il processo di democratizzazione, dal secolo scorso a oggi, è stato un processo graduale d’inclusione di individui che prima erano esclusi. Che poi non si possa includere tutti, così come non si può tollerare tutto e tutti, è un problema pratico che deve trovare soluzioni adatte alle diverse circostanze. Ma una democrazia non può essere “esclusiva”, senza rinunciare alla propria essenza di “società aperta”.

Per convincersi della sostanziale unità del genere umano non c’è bisogno di escogitare argomenti filosofici. Basta guardare il volto di un bambino in ogni parte del mondo. Quando vedi un bambino, che è un essere più vicino alla natura, non ancora modellato e corrotto dai costumi del popolo in cui è destinato a vivere, non scorgi alcuna differenza, se non nei tratti somatici, fra un piccolo cinese o africano o indio e un piccolo italiano.
Quando vedi una madre somala che piange sul suo figlio morto o ridotto a uno scheletro, ti par proprio di vedere una madre diversa dalle altre? Non assomigli a quel pianto al pianto di tutte le madri del mondo? Non c’è miglior prova di questa sostanziale e originaria eguaglianza che il fenomeno sempre più esteso delle adozioni di bambini che appartengono a società completamente diverse dalla nostra, e con le quali, da adulto a adulto, in determinate condizioni potrebbero nascere atteggiamenti di avversione razziale.
Ma l’educazione universalistica non basta se non si trasforma in azione corrispondente. Non basta l’educazione, ma non bastano neppure le istituzioni politiche. Diventa sempre più necessaria l’azione dal basso. A questo punto si apre il tema attualissimo del volontariato, sul quale si comincia a riflettere dopo la crisi, anzi la degenerazione, dello stato sociale. Le istituzioni non sono state sinora all’altezza della situazione. Alla insufficienza dello stato non c’è altro rimedio che il sorgere di iniziative nella società civile. Assistiamo quasi a un vero e proprio ricorso storico: lo stato sociale è sorto per rendere inutili le opere di carità. Ma oggi che lo stato sociale si è rivelato impari al compito, le opere di carità rivelano la loro mai spenta vitalità.
Volontariato e istituzioni dovrebbero ad ogni modo procedere di pari passo, perché sono entrambi necessari e si integrano a vicenda. Ciascuno nel proprio ambito. Il volontariato nelle opere di soccorso rivolte ai singoli individui. Le istituzioni nell’elaborare una politica dell’immigrazione che eviti o almeno renda meno aspro il conflitto etnico.

 

 

 

 

 

Piero Gobetti secondo Norberto Bobbio

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In occasione dell’88° anniversario della morte di Piero Gobetti (15 febbraio 1926), riportiamo un saggio di Norberto Bobbio dedicato alla figura e al pensiero del giovane pensatore e antifascista.

Il saggio è stato pubblicato come prefazione al volume di C. Pianciola, Piero Gobetti. Biografia per immagini, Gribaudo 2001.

Buona lettura!

N. Bobbio, Prefazione a  Piero Gobetti. Biografia per immagini

Se ci domandiamo le ragioni del sempre rinnovato interesse per Gobetti penso che si dovrebbe rispondere brevemente in questo modo: ci rendiamo sempre più conto che gli anni dal 1919 al 1925 sono stati decisivi per la storia del nostro paese, e sono stati decisivi perché in essi si è consumata ed esaurita la vecchia classe dirigente, in parte assimilata, in parte eliminata dal fascismo, mentre la giovane generazione antifascista proponeva nella lotta contro il regime, tutti i problemi di critica e di rinnovamento dello stato italiano, che sono ancora oggi i nostri problemi. Di quegli anni Gobetti è stato uno degli interpreti più chiaroveggenti, uno degli scrittori attraverso cui meglio si rivela la lotta tra il vecchio ed il nuovo, la fine di una classe dirigente, incapace di dominare gli eventi, e il sorgere di una nuova, che viene allora sconfitta, ma getta, durante la battaglia, semi così resistenti che il lungo inverno del regime non riuscirà a sopprimere, e germoglieranno nella guerra di liberazione e nella instaurazione di una vita democratica del nostro paese. L’identificazione dell’opera di Gobetti con la vita italiana di quegli anni è tanto più completa in quanto nessun altro contemporaneo ebbe ad iniziare ed a concludere il proprio ciclo di scrittore in quell’arco di tempo, tra il 1918 e il 1925: tutta la sua opera si iscrive in quell’orizzonte di uomini e di eventi, vi aderisce così perfettamente ed intimamente da poter essere considerata oggi come uno dei commentari più drammatici e illuminanti di quella storia.
Mentre alcuni uomini della vecchia generazione, che pur furono e sarebbero diventati antifascisti, continuavano a credere che il fascismo sarebbe stato una breve parentesi destinata a non lasciar tracia, Gobetti vide chiaramente sin dall’inizio che il fascismo era la manifestazione virulenta di vecchi malanni italiani, e si ricollegava ai recenti movimenti irrazionalistici in filosofia, decadentistici in letteratura, imperialnazionalistici in politica, che avevano caratterizzato il clima culturale italiano ed europeo) dei primi anni del secolo. Era giunto a questa chiarezza di idee attraverso un esame spregiudicato del Risorgimento, del periodo post-risorgimentale sino alla prima guerra mondiale e dell’età a lui contemporanea.
Di fronte al Risorgimento Gobetti assume l’atteggiamento critico della storiografia radicale. L’Italia non aveva mai avuto nel corso della sua storia una rivoluzione: il Risorgimento sarebbe potuto essere òa rivoluzione italiana, ma come rivoluzione, era fallito. Per essere una rivoluzione, avrebbe dovuto dar vita ad una classe dirigente completamente nuova o profondamente rinnovata. Ma ciò non accade. La borghesia compì l’unità italiana attraverso un compromesso politico duraturo con le vecchie classi aristocratiche: non seppe creare uno stato nuovo. E le plebi rimasero estranee al moto. Il Risorgimento fu più l’opera dell’abilitò di Cavour che dell’iniziativa popolare.
Anche durante il Risorgimento si era rivelata una tendenza costante della nostra storia: da un lato, la trasformazione di un moto rivoluzionario in eresia, cioè in moto di minoranze ribelli e destinate ad essere vinte, dall’altro il rovesciamento della riforma in controriforma, della rivoluzione in controrivoluzione, in una parola, la vittoria dell’”altra Italia”.
Fatta l’unità, l’altra Italia aveva tenuto ben saldo il potere nel periodo post-unitario, e la sua politica era stata caratterizzata da un cauto riformismo, più corruttore che risanatore, liberale a parole, paternalistico nei fatti, che era giunto sino a Giolitti: un riformismo o socialismo di stato che era proprio il contrario di una rivoluzione. Mentre la rivoluzione scatena forze assopite, il riformismo addormenta forze in risveglio.
La guerra, esasperando le passioni, aveva esasperato i contrasti. Tra la generazione dei coetanei di Gobetti e quella immediatamente precedente aveva aperto un solco incolmabile. Quando nella prefazione di La Rivoluzione liberale Gobetti scrive che la sua generazione sarebbe stata una generazione di storici pensava per contrasto alla generazione di “poligrafi”, “di romantici inespressi” che aveva caratterizzato la “Voce”, e voleva dire che alla sua generazione sarebbe stato spettato il compito di preparare con maggior serietà e distacco la politica di domani, sulla base di una riflessione più matura sul passato e di una comprensione senza pietose giustificazioni del presente.
Sulla situazione presente lo “storico”, ch’egli voleva essere, non poteva farsi alcuna illusione. La Rivoluzione liberale è una analisi amare della crisi in cui versano i partiti tradizionali in Italia: dai liberali storici, che non hanno adattato la vecchia dottrina ai tempi nuovi ed alle mutate condizioni della lotta di classe, ai popolari che non hanno mai avuto una dottrina originale; dai socialisti per la loro impotenza rivoluzionaria ai comunisti che oscillavano tra ideologia libertaria e pratica burocratica; dai nazionalisti per la loro vuotaggine e incoerenza dottrinale, ai repubblicani devoti ad un Mazzini ormai inattuale ed intraducibile in linguaggio moderno. Al di sopra delle formule e dei programmi dei partiti, ormai svuotati dal fascismo trionfante, egli ribadiva il proprio concetto della rivoluzione liberale.
Che cosa intendeva con questa espressione? Voleva dire che l’Italia avrebbe dovuto passare attraverso un rivolgimento innovatore per liberarsi definitivamente dalla impotenza dei partiti tradizionali che l’aveva condotta alla reazione fascista; ma, nello stesso tempo, questo rivolgimento doveva ispirarsi agli ideali perenni della dottrina liberale. Quando Gobetti parlava di liberalismo intendeva riferirsi non ad una determinata teoria dello Stato, a quella teoria dei limiti del potere statale che era stata elaborata dai costituzionalisti inglesi e francesi, ma ad una concezione globale della vita e della storia, a quella concezione secondo cui la storia è il teatro delle lotte tra gli uomini, e sono nell’antagonismo degli interessi, nell’antitesi delle forze politiche, nel dibattito delle idee, risiede la molla della civiltà e del progresso: in questo senso una rivoluzione non può non essere liberale, proprio perché è nella natura di ogni rivoluzione, a qualunque ideologia si ispiri, il fare scoppiare conflitti latenti, esasperare gli antagonismi, liberare forze nuove capaci di rinnovare la lotta politica. Per Gobetti anche la rivoluzione russa, come è noto, era una rivoluzione liberale in quanto liberatrice. Una rivoluzione non liberale non è una rivoluzione, ma reazione, controriforma, controrivoluzione.
Da questa concezione generale della storia Gobetti traeva il suo ideale morale che era, ancora una volta, un ideale di libertà. Il liberalismo era per lui, come per Croce, oltre che una concezione della storia, un ideale morale. Tra i due valori supremi cui tende la società politica ben ordinata, la libertà e l’uguaglianza, Gobetti dava la preferenza al primo: in ciò era schiettamente liberale nel senso classico (e vorrei dire perenne) del liberalismo. Criticando la dottrina mazziniana, e con questa ogni forma di democratismo astratto che pregia sopra ogni cosa l’eguaglianza, diceva che “il problema del movimenti operaio è il problema di libertà e non di eguaglianza sociale”.
Questa concezione generale della storia e questo ideale morale avrebbero dovuto prender forma concreta in istituzioni economiche e politiche ispirate ai principi della responsabilità individuale, della spinta dal basso, della spontaneità creatrice: in economia Gobetti non rinunciò mai agli insegnamenti del liberalismo, inteso come dottrina della libera iniziativa economica, che aveva appreso da suo maestro Einaudi; e in politica riteneva che la forma più alta di reggimento fosse l’autogoverno, di cui vedeva una manifestazione nuova per i tempi nuovi nei consigli di fabbrica.
Se poi volessimo dare un nome a questo afflato di liberalismo perenne che animò le sue opere e la sua vita militante, non potremmo trovare espressione più felice, forse, che le due parole “passione libertaria” che gli erano care a avevano adoperato per indicare il carattere di uno dei personaggi più vivi della sua galleria di antenati, Vittorio Alfieri.
Animato da questa “passione libertaria”, Gobetti impersonò in quegli anni lo spirito di resistenza al fascismo, e ne è diventato un simbolo. E poiché il liberalismo di cui si professava seguace, era, come si è detto, il riconoscimento del valore della libertà come lievito nella storia umana, il suo insegnamento non è destinato a tramontare.
L’esame di coscienza che Gobetti compì in quegli anni rivela la crisi di un’epoca. Da questo esame di coscienza egli traeva la speranza di una nuova età illuministica, fondata sulla vittoria della ragione contro l’istinto, della civiltà contro le barbarie, della serietà contro la retorica.
Che poi questa età della ragione sia venuta, non avremmo davvero il coraggio di affermare. Ma proprio per questo non possiamo dimenticare il messaggio gobettiano, dal quale abbiamo appreso quale sia il valore dell’eresia nella storia.

Rileggere Bobbio – Inziativa del Circolo dei Lettori

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BOBBIO +10

Filosofo dell’Italia civile, esponente di spicco di quella cultura in grado di interpretare in modo raffinato e rigoroso i fatti e le persone, Norberto Bobbio ha lasciato scritti fondamentali per comprendere la storia e il presente.
Diritti dell’uomo, libertà, democrazia, giustizia sono solo alcuni dei concetti e valori su cui il torinese si è espresso, sempre con estrema chiarezza e precisione. In occasione del decennale della sua morte, il Circolo dei lettori lancia un bando per trovare quattro studiosi under 35 in grado di attualizzarne il pensiero.
La sfida è raccogliere la sua eredità intellettuale e darle continuità attraverso testi inediti che contengano lo stesso sentire etico di allora, riferito, però, a quel che accade oggi. Dai sommari arrivati, i candidati selezionati svilupperanno quattro lezioni pubbliche, in cui ascoltare come e in che forme i vincitori siano riusciti a rileggere Bobbio, senza tradirne il modo di interpretare, giudicare e commentare la realtà.

Per informazioni: Tel. +39 011 432 68 27 – E-mail info@circololettori.it

GRUPPO DI LETTURA

Per preservare la memoria del grande studioso e, nello stesso momento, valorizzarla, mercoledì 15 gennaio (ore 18) inaugura Capire la polis con Norberto Bobbio, l’appuntamento settimanale con il ricercatore in Studi politici dell’Università di Torino Jacopo Rosatelli, con protagoniste quelle opere che obbligano ancora a domandarsi cosa significa “politica”.

 

Elogio del dialogo. Conversazione con Norberto Bobbio A cura di Pietro Polito

 

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A dieci anni dalla morte di Norberto Bobbio (1909-2004), riproponiamo una conversazione sul dialogo raccolta in occasione dei suoi 90 anni. L’elogio del dialogo di Bobbio è un modello ideale di una pratica reale del dialogo.

Polito –  Se io dovessi dire qual è il tratto dominante del tuo carattere, non avrei alcun dubbio a indicare la propensione, direi quasi, la vocazione al dialogo.

Bobbio – Per noi che uscivamo dalla seconda guerra mondiale durata cinque anni il dialogo più che una vocazione è stata una necessità. Nella guerra l’altro è il nemico. Col nemico non si dialoga ma si combatte per vincerlo, vale a dire per non dargli più la possibilità di parlare. La prima condizione perché il dialogo sia possibile è il rispetto reciproco, che implica il dovere di comprendere lealmente quello che l’altro dice, e anche se non lo si condivide, si cerca di confutarlo senza animosità, adducendo argomenti pro e contro. Se il dialogo si interrompe perché non conduce ad un accordo, non c’è niente di male. Lo si può riprendere un’altra volta. Il dialogo è sempre un discorso di pace e non di guerra. Dialogo e scontro sono termini antitetici: il dialogo può cominciare soltanto quando lo scontro è finito, lo scontro comincia quando il dialogo non è più possibile.

Polito –  D’altra parte, tu hai scritto molto sul dialogo.

Bobbio – Si, quello che sto dicendo non è una novità. In effetti, sul metodo del dialogo contrapposto a quello della rissa sono intervenuto nei miei scritti più volte, in particolare proprio negli scritti sulla pace e la guerra, che tu hai raccolto nel volume Il terzo assente  (1989). Mi riferisco, per esempio,  al discorso Etica della potenza ed etica del dialogo,  che comprende alcune pagine intitolate Ristabilire la fiducia nel dialogo, in cui scrivo: “L’etica del dialogo si contrappone all’etica della potenza. Comprensione contro sopraffazione. Rispetto dell’altro come soggetto contro l’abbassamento dell’altro a oggetto”. Ne parlo anche in un altro discorso Il dialogo per la pace in cui aggiungo: “Per dialogare non basta parlarsi, scambiarsi delle parole. Anche i potenti di questo mondo parlano tra loro ma quasi sempre ciascuno parla per se stesso o per i propri amici. E due monologhi non fanno un dialogo”.   Da ultimo ne ho parlato nell’introduzione al De senectute, intitolata A me stesso : “Ci si può servire della parola per nascondere le proprie intenzioni più che per manifestarle, per ingannare l’avversario piuttosto che per convincerlo. Non solo ho fatto l’elogio del dialogo ma l’ho a lungo praticato”.

Polito –  Le occasioni non sono certo mancate, già a cominciare dai primi anni dopo la guerra.

Bobbio – Hai ragione. Subito dopo la guerra, che sembrava avesse aperto un dialogo non solo all’interno degli stati democratici ma anche fra l’uno e l’altro stato, il dialogo è stato presto interrotto tra l’Europa dell’Ovest e l’Europa dell’Est. Tra l’una e l’altra è calata quella che allora è stata chiamata la cortina di ferro. Perché il dialogo s’interrompi non è necessario che esploda lo scontro, basta che fra i due potenziali parlanti la comunicazione sia resa impossibile. A cominciare dal 1951 io ho partecipato attivamente all’azione della Società Europea di Cultura che, fondata l’anno prima da Umberto Campagnolo, si era proposta di riunire intellettuali dell’una e dell’altra parte dell’Europa per scavalcare, in nome della ”politica della cultura”, i divieti posti dalla” politica dei politici”. I molti interventi da me svolti come membro di questa Società  fra il 1951 e il 1955, raccolti nel  libro Politica e cultura  (1955),  sono dedicati in gran parte a un dialogo sereno, leale, rispettoso, eppure stringente, con quella parte con la quale pareva che il dialogo fosse, se non interdetto, più difficile. Nell’Introduzione scritta nel  luglio 1955 affermavo “che il compito dell’uomo di cultura” era, e questa mi sembra una coincidenza significativa, “di ristabilire la fiducia nel colloquio” e che il modo migliore di non lasciarlo cadere  “fosse quello di cominciare a dare il buon esempio”.  I saggi raccolti, infatti,  avevano per oggetto il dialogo e sono essi stessi, quasi tutti, dei dialoghi, “esercizio di testimonianza del particolare atteggiamento mentale o disposizione spirituale che li ha suscitati”.

 Polito –  Sul dialogo sono state scritte pagine famose. Il tuo amico Campagnolo, che hai definito un “uomo del dialogo”,  gli dedica un intero capitolo nel   Petit dictionnaire pour une politique de la culture.

Bobbio – Ho sempre tenuto presente questo richiamo di Campagnolo al dialogo tanto che come direttore della rivista “Comprendre” in uno degli ultimi numeri uscito all’inizio degli anni Ottanta, dedicato al tema Violenza e dialogo, ho ripreso uno dei suoi passi più significativi: “Il dialogo appare oggi  più che mai necessario. Gli uomini,  non potendosi più ignorare su un pianeta diventato stretto alla misura delle loro conoscenze e delle loro tecniche,  non hanno altro scelta che fra il dialogo e la violenza. Il dilemma è netto: o parlarsi o combattersi”.

 Polito –  Ho capito che  per la tua generazione il dialogo è stato una necessità storica. Tuttavia, non credo di esagerare parlando di vocazione. Infatti, il dialogo è un esercizio che hai praticato e pratichi nella vita pubblica come nella  vita privata. Per esempio, ne è un segno il tempo che ancora oggi dedichi alle visite di amici, colleghi, studiosi, giovani, semplici cittadini.

 Bobbio – Beninteso, il dialogo privato si fa anche attraverso la conversazione. Non c’è nulla di più attraente e istruttivo che la conversazione faccia a faccia con le persone che mi vengono a trovare. E sono parecchie, perché non dico quasi mai no a nessuno, e qualche volta anche a noti seccatori. Soprattutto in questi ultimi anni, da quando ho difficoltà di camminare e sto quasi tutto il giorno in casa. L’incontro con visitatori interrompe la monotonia della giornata e di solito ne approfitto anche per avere notizie sui libri che non ho il tempo di leggere e sui fatti del giorno su cui non ho il tempo di informarmi.

Polito – Un altro segno della vocazione al dialogo, direi,  è anche la tua infaticabile attività di scrittore di lettere.

 Bobbio – E’ vero. Di lettere nella mia vita ne ho scritte moltissime. Mi capita spesso di dire che se dovessi calcolare le parole scritte nella corrispondenza rispetto a quelle scritte nei testi pubblicati, che nella più recente bibliografia sono più di mille, le prime supererebbero le seconde. La corrispondenza è in fondo un dialogo a distanza. Anche il telefono è un dialogo a distanza, ma non lascia tracce. Io lo pratico poco. Lo subisco più di quel che lo solleciti. Il telefono mi irrita, la lettera che scrivo seduto tranquillamente al mio tavolino mi placa. Non dico questo, naturalmente, per tutte le lettere. Ci sono le lettere che si scrivono per necessità o per dovere. Sono quelle numerosissime, che mi arrivano da quando scrivo sui giornali e da quando sono stato nominato senatore. Non voglio però far credere che risponda a tutte. Le lettere che scrivo volentieri sono quelle che scambio con amici, discepoli, anche persone ignote su argomenti che riguardano il mio mestiere di professore e di studioso. Come puoi immaginare gli argomenti non mancano. Talora una lettera serve da preparazione per un articolo da fare o da correzione per un articolo già fatto. Non dico di averle conservate tutte, ma grazie alla pazienza di Valeria, un’opera che tu conosci bene e che in questi ultimi anni tu stesso hai continuato, ne sono state raccolte migliaia. Non le ho mai contate tutte, ma a giudicare dai cartoni in cui sono raccolte sono un bel mucchio.

Nota – Da N. Bobbio – P. Polito, Il mestiere di vivere, il mestiere di insegnare, il mestiere di scrivere, in “Nuova Antologia”, a. 134, vol. 583, fasc. 2211, luglio-settembre 1999, pp. 5-47.