Elogio del dialogo. Conversazione con Norberto Bobbio A cura di Pietro Polito

 

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A dieci anni dalla morte di Norberto Bobbio (1909-2004), riproponiamo una conversazione sul dialogo raccolta in occasione dei suoi 90 anni. L’elogio del dialogo di Bobbio è un modello ideale di una pratica reale del dialogo.

Polito –  Se io dovessi dire qual è il tratto dominante del tuo carattere, non avrei alcun dubbio a indicare la propensione, direi quasi, la vocazione al dialogo.

Bobbio – Per noi che uscivamo dalla seconda guerra mondiale durata cinque anni il dialogo più che una vocazione è stata una necessità. Nella guerra l’altro è il nemico. Col nemico non si dialoga ma si combatte per vincerlo, vale a dire per non dargli più la possibilità di parlare. La prima condizione perché il dialogo sia possibile è il rispetto reciproco, che implica il dovere di comprendere lealmente quello che l’altro dice, e anche se non lo si condivide, si cerca di confutarlo senza animosità, adducendo argomenti pro e contro. Se il dialogo si interrompe perché non conduce ad un accordo, non c’è niente di male. Lo si può riprendere un’altra volta. Il dialogo è sempre un discorso di pace e non di guerra. Dialogo e scontro sono termini antitetici: il dialogo può cominciare soltanto quando lo scontro è finito, lo scontro comincia quando il dialogo non è più possibile.

Polito –  D’altra parte, tu hai scritto molto sul dialogo.

Bobbio – Si, quello che sto dicendo non è una novità. In effetti, sul metodo del dialogo contrapposto a quello della rissa sono intervenuto nei miei scritti più volte, in particolare proprio negli scritti sulla pace e la guerra, che tu hai raccolto nel volume Il terzo assente  (1989). Mi riferisco, per esempio,  al discorso Etica della potenza ed etica del dialogo,  che comprende alcune pagine intitolate Ristabilire la fiducia nel dialogo, in cui scrivo: “L’etica del dialogo si contrappone all’etica della potenza. Comprensione contro sopraffazione. Rispetto dell’altro come soggetto contro l’abbassamento dell’altro a oggetto”. Ne parlo anche in un altro discorso Il dialogo per la pace in cui aggiungo: “Per dialogare non basta parlarsi, scambiarsi delle parole. Anche i potenti di questo mondo parlano tra loro ma quasi sempre ciascuno parla per se stesso o per i propri amici. E due monologhi non fanno un dialogo”.   Da ultimo ne ho parlato nell’introduzione al De senectute, intitolata A me stesso : “Ci si può servire della parola per nascondere le proprie intenzioni più che per manifestarle, per ingannare l’avversario piuttosto che per convincerlo. Non solo ho fatto l’elogio del dialogo ma l’ho a lungo praticato”.

Polito –  Le occasioni non sono certo mancate, già a cominciare dai primi anni dopo la guerra.

Bobbio – Hai ragione. Subito dopo la guerra, che sembrava avesse aperto un dialogo non solo all’interno degli stati democratici ma anche fra l’uno e l’altro stato, il dialogo è stato presto interrotto tra l’Europa dell’Ovest e l’Europa dell’Est. Tra l’una e l’altra è calata quella che allora è stata chiamata la cortina di ferro. Perché il dialogo s’interrompi non è necessario che esploda lo scontro, basta che fra i due potenziali parlanti la comunicazione sia resa impossibile. A cominciare dal 1951 io ho partecipato attivamente all’azione della Società Europea di Cultura che, fondata l’anno prima da Umberto Campagnolo, si era proposta di riunire intellettuali dell’una e dell’altra parte dell’Europa per scavalcare, in nome della ”politica della cultura”, i divieti posti dalla” politica dei politici”. I molti interventi da me svolti come membro di questa Società  fra il 1951 e il 1955, raccolti nel  libro Politica e cultura  (1955),  sono dedicati in gran parte a un dialogo sereno, leale, rispettoso, eppure stringente, con quella parte con la quale pareva che il dialogo fosse, se non interdetto, più difficile. Nell’Introduzione scritta nel  luglio 1955 affermavo “che il compito dell’uomo di cultura” era, e questa mi sembra una coincidenza significativa, “di ristabilire la fiducia nel colloquio” e che il modo migliore di non lasciarlo cadere  “fosse quello di cominciare a dare il buon esempio”.  I saggi raccolti, infatti,  avevano per oggetto il dialogo e sono essi stessi, quasi tutti, dei dialoghi, “esercizio di testimonianza del particolare atteggiamento mentale o disposizione spirituale che li ha suscitati”.

 Polito –  Sul dialogo sono state scritte pagine famose. Il tuo amico Campagnolo, che hai definito un “uomo del dialogo”,  gli dedica un intero capitolo nel   Petit dictionnaire pour une politique de la culture.

Bobbio – Ho sempre tenuto presente questo richiamo di Campagnolo al dialogo tanto che come direttore della rivista “Comprendre” in uno degli ultimi numeri uscito all’inizio degli anni Ottanta, dedicato al tema Violenza e dialogo, ho ripreso uno dei suoi passi più significativi: “Il dialogo appare oggi  più che mai necessario. Gli uomini,  non potendosi più ignorare su un pianeta diventato stretto alla misura delle loro conoscenze e delle loro tecniche,  non hanno altro scelta che fra il dialogo e la violenza. Il dilemma è netto: o parlarsi o combattersi”.

 Polito –  Ho capito che  per la tua generazione il dialogo è stato una necessità storica. Tuttavia, non credo di esagerare parlando di vocazione. Infatti, il dialogo è un esercizio che hai praticato e pratichi nella vita pubblica come nella  vita privata. Per esempio, ne è un segno il tempo che ancora oggi dedichi alle visite di amici, colleghi, studiosi, giovani, semplici cittadini.

 Bobbio – Beninteso, il dialogo privato si fa anche attraverso la conversazione. Non c’è nulla di più attraente e istruttivo che la conversazione faccia a faccia con le persone che mi vengono a trovare. E sono parecchie, perché non dico quasi mai no a nessuno, e qualche volta anche a noti seccatori. Soprattutto in questi ultimi anni, da quando ho difficoltà di camminare e sto quasi tutto il giorno in casa. L’incontro con visitatori interrompe la monotonia della giornata e di solito ne approfitto anche per avere notizie sui libri che non ho il tempo di leggere e sui fatti del giorno su cui non ho il tempo di informarmi.

Polito – Un altro segno della vocazione al dialogo, direi,  è anche la tua infaticabile attività di scrittore di lettere.

 Bobbio – E’ vero. Di lettere nella mia vita ne ho scritte moltissime. Mi capita spesso di dire che se dovessi calcolare le parole scritte nella corrispondenza rispetto a quelle scritte nei testi pubblicati, che nella più recente bibliografia sono più di mille, le prime supererebbero le seconde. La corrispondenza è in fondo un dialogo a distanza. Anche il telefono è un dialogo a distanza, ma non lascia tracce. Io lo pratico poco. Lo subisco più di quel che lo solleciti. Il telefono mi irrita, la lettera che scrivo seduto tranquillamente al mio tavolino mi placa. Non dico questo, naturalmente, per tutte le lettere. Ci sono le lettere che si scrivono per necessità o per dovere. Sono quelle numerosissime, che mi arrivano da quando scrivo sui giornali e da quando sono stato nominato senatore. Non voglio però far credere che risponda a tutte. Le lettere che scrivo volentieri sono quelle che scambio con amici, discepoli, anche persone ignote su argomenti che riguardano il mio mestiere di professore e di studioso. Come puoi immaginare gli argomenti non mancano. Talora una lettera serve da preparazione per un articolo da fare o da correzione per un articolo già fatto. Non dico di averle conservate tutte, ma grazie alla pazienza di Valeria, un’opera che tu conosci bene e che in questi ultimi anni tu stesso hai continuato, ne sono state raccolte migliaia. Non le ho mai contate tutte, ma a giudicare dai cartoni in cui sono raccolte sono un bel mucchio.

Nota – Da N. Bobbio – P. Polito, Il mestiere di vivere, il mestiere di insegnare, il mestiere di scrivere, in “Nuova Antologia”, a. 134, vol. 583, fasc. 2211, luglio-settembre 1999, pp. 5-47. 

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